martedì 13 giugno 2023

I nostri poeti (3): "Il lirismo nostalgico di Vincenzo Castellano"

In questa puntata,  Vincenzo Castellano giornalista e dirigente dell’Ufficio Ufficiali Giudiziari presso il Tribunale di Vasto.

Il lirismo nostalgico di Vincenzo Castellano

Vincenzo Castellano affida il proprio sentire a un modulo narrativo dove le assonanze, fra rimbalzi e ritorni, creano un ritmo musicale che, se in alcuni passaggi riconduce alla prosodia classica, in realtà è alla ricerca di  spaziature del tutto personali, affidate ad accordi lessicali in un continuo rincorrersi; sicché l’intreccio linguistico determina una cadenza oscillante, un fluttuare lento o veloce del verso. Galoppando fra le parole l’autore torna al passato fra “schiamazzi di pazzi ragazzi”; ripercorre il “narrare la vita da fare”;

oppure subisce la magia del mare che “t’avvolge, t’inebria, ti esalta, t’infiamma; “t’invita, t’accoglie e ti porta a mezz’aria”. Oppure si trova “a pregare, sperare, sognare un ritorno al passato

Passa dal lirismo a modalità quasi discorsive; eppure, nonostante l’evidente discrasia e qualche convenzionalità espositiva, il contesto non perde di coesione e  gradevolezza. Si snoda fra tematiche il cui filo conduttore è la sfera affettiva; che si parli d’amicizia, d’amore, di legami familiari, come nella lirica riferita al padre ; o che si affondi in rimpianti nei quali il sentimento amoroso incontra la precarietà, il senso di fine: “Son pronto è l’ora di andare./Non mi rassegno,/mi è difficile soggiogare un sogno lontano./ … Non ci sarà più questo mare a narrami di lei .. /lasciatemi stare, il cuore mi duole,/lo so, son qui, è l’ora di andare”.

La natura, che sa soprattutto di mare, fa da sfondo;  vissuta prevalentemente  quale partecipazione amorevole più che descrittiva, diviene tutt’uno con lo stato d’animo dell’autore, s’insinua nel suo vissuto come riferimento e sollecitazione.  Ma è un legame profondo che investe la sua percepibilità poetica: “Mi accompagna il gorgoglio dell’onda /che in conflitto coi ciottoli / li rivela come nacchere indisponenti, /sempre pronte a svelare / l’eterno ritorno dei flutti.”

Una poesia priva di infingimenti retorici, in cui la chiarità del verso ricorda talvolta Montale, ma più evidente è il gusto gozzaniano, pascoliano, in quei toni di “parlato” che costituiscono le basi del linguaggio crepuscolare, quel ripiegamento, quel sofferto crepuscolare che, come onda lunga, dal primo novecento ha suggestionato l’humus poetico di intere generazioni.

Gabriella Izzi Benedetti


POESIE DI VINCENZO CASTELLANO

                

Il Mare 

Eterno è il musicar del mare, 

t' avvolge, t'inebria, ti esalta, t'infiamma;

 stagioni di vite passate 

trasmigrano pensieri lontani; 

volti, mani, parole e sguardi 

s'intrecciano

nel caleidoscopico peregrinar della vita;

frasi pensieri, sberleffi

e rabbiosi  momenti 

son come spruzzi d'acqua

sbeffeggiati dal vento.

Il cuore è in tempesta

è nel cielo e poi, giù lontano dal sole 

nel crepuscolo della vita che tace. 

Eterno è il musicar del mare che aspetta, 

t'invita, t'accoglie e ti porta a mezz'aria; 

ti svela la vita dolce che si rivela, 

turbolenta rivive  

 nello sbiadir della luce 

nell'eterno vagheggiar dell'onde.

 

L’orso

Sei stato il primo maestro,

eroe sorridente e giocoso,

omone fecondo di scherzi e risate,

sempre pronto a combattere l’ira.

Con sorrisi citavi cavilli e lezioni a memoria,

ancora in tal senso riesci,

perciò mi istruisci.

In giorni di affronti velati,

sol la tua voce mi ha rincuorato.

La vita mi chiede esperienza

e da te io vengo a cercarla.

Con voce soffiata

ti bei di questa evidenza,

già credevi di esser passato.

Il tuo io non sempre mi è chiaro,

fatico a seguirti perché sfuggi curioso;

ripenso alle cose che hai fatto,

ma ringrazio la fonte che sei e sei stato.

Ci hai amato in un modo spesso insensato,

hai trascinato il destino verso un ideale corretto.

Avremmo voluto più luce per te,

ma la sorte

l’ha spenta più volte.

Come orso ferito ti ricordo gemente,

imbrigliato in un pianto pungente,

ma è stata la vita.

Lì ti ho trovato, forse adottato,

quel ricordo è ancora tagliente,

son fiero di te papà,  sempre con me.


A Nuccio

Ricordo giornate di sole e schiamazzi di pazzi ragazzi

cresciuti a pane e risate;

ricordo serate, profumi, colori, sogni e peccati.

Ricordo sguardi e sospiri rubati.

M’inebria il ricordo e rivedo quegli occhi brillare.

Sento ancora quei cuori pulsanti;

li rivedo narrare la vita da fare

e ancora quei sogni che non avremmo voluto lasciare.

M’inebria il ricordo e rivedo quegli occhi brillare.

Sento ancora i cuori pulsanti;

li rivedo narrare la vita da fare

e ancora quei sogni che non avremmo voluto lasciare.

 

 Serena magia

Sei comparsa come l’aurora dopo un giorno di pioggia;

ti ho visto d’improvviso illuminar la vita, le giornate,

i giovanili vagheggi.

Non per tutti è la tua serena magia.

Vivo i tuoi respiri riflessi,

il mio cuore è sempre a caccia di noi,

sempre allerta per non cadere

nell’umana grettezza.

Ardua è la distanza, pur brevissima dal tuo sorriso,

perché sei gioia, unguento, rosa e tulipano.

Un turbinio di immensità riflessa

mi impone un potente inchino;

un brulichio di colori mi rotola intorno

viaggiando sull’onda del noi,

perché con è te che ho scelto la strada del poi.

Abbiam prediletto l’oceano impetuoso del cuore,

ci siamo sperati e trovati come perle di mare.

Infine, ammirati e gementi siam rimasti reclusi

a sostener quell’ode che è parte di noi.

Perciò senza temer risposta,

per questa vita, nell’altra e per l’eternità immensa:

per sempre, sempre, sempre noi.  

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