martedì 29 novembre 2022

Le grandi Donne della Storia: Eleonora Fonseca de Pimentel

Lo scorso 22 novembre 2022 il Club per l'Unesco di Vasto ha organizzato un convegno su Eleonora Fonseca de Pimentel a 270 anni dalla nascita.
GABRIELLA IZZI BENEDETTI ha tratteggiato la figura della nobildonna nella sua interessante relazione dal titolo "Le grandi Donne della Storia: Eleonora Fonseca de Pimentel".


Eleonora Fonseca de Pimentel
di Gabriella Izzi Benedetti
Eleonora Fonseca de Pimentel vive in un tempo in cui s’intrecciano impostazioni di vita convenzionali, propaggini arcadiche, in particolare il vento innovativo illuministico; e ad esso aderisce con entusiasmo, ne vive i crescenti fervori unitari, fa sua l’intuizione che la cultura sia non fine a se stessa, ma mezzo per gestire la cosa pubblica, la “nuova nazione” attenta alle istanze sociali e dove ci sia giustizia. Per questo affronta studi d’ogni genere oltre a quelli letterari: chimica, mineralogia, matematica, astronomia, scienze naturali. Collabora con lo scienziato Lazzaro Spallanzani alla ricerca e scoperta dei vasi linfatici. Si occupa di diritto ed economia.

Eleonora è figura simbolo della presa di coscienza della necessità di una Italia unita che nel ‘700 cresce in più voci, tra cui l’Alfieri, il Foscolo. L’idea di una Italia unita è sempre stata presente nell’immaginario italiano. Dante nel canto VI del Purgatorio si esprime attraverso Sordello: “Ahi serva Italia di dolore ostello,/ nave senza nocchiero in gran tempesta …” Del resto dacché fu fatta la ripartizione augustea in province, la nostra penisola fu immaginata compatta sotto il suo nome. Molti carteggi fra letterati esprimono quest’aspirazione. Quello tra il vastese Tiberii e il fiorentino Pelli Bencivenni ne è un esempio.

Un apporto notevole alla sensibilizzazione verso l’idea unitaria è dato da scambi di opinione, il fitto corrispondere di intellettuali, professionisti, in quella che viene definita la repubblica delle lettere, una repubblica virtuale ed esclusiva della quale fa parte appunto il mondo della cultura, e che ha il massimo sviluppo nel ‘700; anche Eleonora sarà una epistolografa assidua, corrispondendo con intellettuali di tutta Italia. Le idee si diffondono attraverso i salotti letterari che dal ‘600 soprattutto nobildonne creano, passando da un ritrovarsi frivolo a dibattere temi di attualità e sociali. Sono salotti che allargano il loro confine includendo sempre più frequentemente la buona borghesia. E la buona borghesia che accede è formata per lo più da intellettuali, filosofi, professionisti, e apporta una visione più variegata della piattaforma sociale. Importante contributo è dato dalla comparsa dal ‘600 dei primi fogli a stampa, poi testate. I giornali si diffondono, divengono corposi, avvalendosi di corrispondenti di varie zone di provenienza. Le donne più colte, audaci, cominciano a dedicarsi al giornalismo, dimostrando abilità come Elisabetta Caminer a Venezia, o Eleonora Fonseca de Pimentel che a Napoli crea il Monitore repubblicano, il primo periodico politico, che sarà il momento più alto forse del suo percorso intellettuale e purtroppo lo conclude. Benedetto Croce, affascinato dalla figura di Eleonora, trova il “Monitore” di grande modernità per progettazione e concetti. Il percorso di maturazione di questa esigenza è determinato da situazioni politiche ma anche da fattori esterni alla politica, tra i quali il crescere della passione archeologica; i ritrovamenti fanno accorrere in Italia archeologi da tutta Europa. Una ricchezza che riguarda in specie il centro sud, più ricco di reperti, e contribuisce a quell’orgoglio di legame comune, di tradizioni eccellenti.

Eleonora, figlia del marchese Clemente, di origine portoghese, ha otto anni quando i genitori si spostano da Roma a Napoli, e si trova in una realtà molto diversa. Grazie anche alle riforme di Carlo III e del ministro Tanucci Napoli è tra le capitali più avanzate d’Europa. Goethe la descriverà come l’unica città veramente vitale della nostra penisola. Molti sono i riformisti, i fisiocratici che vedono nel commercio una priorità in grado di creare ricchezza e migliorare il tenore di tutti. La socialità, la scienza che regola i rapporti tra individui, li pone anche di fronte alla necessità del benessere sociale, si rendono conto dell’urgenza di modernizzare l’agricoltura; rendono visibile il problema dei contadini privi di attrezzature, lasciati a se stessi. Durante le frequenti carestie, bruttissima fu quella tra il ‘763 e il ‘66, veniva sempre più all’occhio come i proprietari, che addossavano la colpa ai contadini di incapacità, fossero invece colpevoli di lasciare quella povera gente nella miseria più nera. Molte voci insorsero, quella dell’abate Genovesi a Napoli, dell’abate Bandini nel senese, dell’abate Montelatici, il fondatore dell’Accademia dei Georgofili, in Firenze. Questi intellettuali erano molto in contatto fra loro. Fu Antonio Genovesi a prefare l’opera del Montelatici. Il napoletano Genovesi è giudicato forse il più grande fra gl’illuministi. Fu il primo in Europa ad avere una cattedra di economia. Si proponeva di creare una pubblica felicità attraverso le arti, il commercio, l’agricoltura. Ma per ottenerla metteva in primo luogo lo studio e l’educazione, alla stregua di Emanuele Kant. Ambedue assertori della cultura quale base di crescita, uscita dalla minorità prodotta dall’ignoranza, e dunque benessere ed equilibrio sociale. É la stessa intuizione che professa Eleonora, una donna d’intelligenza eccezionale. Parla correntemente più lingue compreso il latino, è poetessa apprezzata, lodata dal Metastasio, l’eccellenza poetica del tempo. Se oggi la sua poesia ci appare di maniera, è la cifra pagata dai seguaci dell’Arcadia; nei salotti che frequenta, che si tratti del duca di Belforte, del principe Filangieri, di Vargas Macciucca o altri, la ritualità poetica è quella, ma è frammista a più moderni problemi sociopolitici. Tra essi va inserita la difficile conduzione dei privilegi a cui la Santa Sede non vuole rinunciare. È un argomento che avrà un peso perfino nella linea poetica che definirà lo stile arcadico. Quando dalle ceneri dell’Accademia romana, fondata da Cristina di Svezia, nacque l’Arcadia, nel 1690, l’obiettivo era produrre un tipo di espressione letteraria lontana dai fronzoli barocchi. Ritrovare la classicità. Il Crescimbeni, uno dei fondatori, proponeva una poesia disimpegnata, conformista, l’altro il Gravina, intellettuale pugliese, aspirava a una poesia impegnata in senso etico e sociale. La Curia favorì il Crescimbeni. Vedeva in Gravina un pericoloso anticurialista. In quel periodo molti anticurialisti che invocavano la fine dei privilegi reclamati da Roma vennero perseguitati, come lo era stato il giurista e storico Pietro Giannone, che finì la vita nelle carceri torinesi. Tra i privilegi più detestabili c’era la questione della manomorta. Per manomorta che sia feudale o ecclesiastica s’intende l’incorporare beni immobili ( anche mobili) soprattutto per lasciti testamentari senza nessun esborso né di tassa di successione né di tassa seguente. Inizialmente i lasciti la Chiesa li distribuiva a beneficio dei poveri, prese poi a tenerli e sfruttarli, divennero talmente tanti che molti vennero lasciati in abbandono. Togliendo immobili allo Stato e non lasciandoli fruttare si impoveriva non solo lo Stato ma l’intera comunità. Il regno di Napoli fu il primo ad abolire la manomorta intorno al ‘70, anche se la Toscana rivendica la priorità nel ‘51.

Tra gli autori preferiti di Eleonora Fonseca, interessata a temi giuridici, c’è proprio Pietro Giannone. E il suo interesse sfocia nella bellissima traduzione dal latino che fa dell’opera del giurista Niccolò Caravita, contro le pretese della Curia romana. Non meraviglia quindi che se le poesie di Eleonora seguono il gusto corrente, sono lontane dalla leziosità, esprimono interessi civici. In quelle per le nozze di Ferdinando IV e Maria Carolina c’è la certezza che da loro verrà il tempo dei mutamenti a favore della giustizia sociale, come l’eliminazione della servitù feudale.

Eleonora ebbe un marito violento che non tollerava la sua inclinazione letteraria, e per due volte abortì a causa dei maltrattamenti subiti, finché il padre intervenne e ottenne il divorzio. Eleonora, personaggio per molti versi moderno, lo è purtroppo anche in questo senso. O forse questa piaga appartiene a tutti i tempi.

Tra la regina Maria Carolina, che col marito Ferdinando si professa aperta alle nuove idee illuministiche ed Eleonora, nascerà un’amicizia su cui purtroppo incomberanno le nubi della Rivoluzione francese. Le notizie provenienti dalla Francia irrigidiscono Carolina, sorella di Maria Antonietta. Lo stesso avverrà per il fratello Leopoldo granduca di Toscana, che nel ’90, alla morte del primogenito Giuseppe, diverrà imperatore asburgico. Da granduca tollerante, amico dei riformisti, si trasformerà in rigido sovrano. Nel “Monitore repubblicano” (1799) Eleonora parlerà di nove anni bui. Infatti Carolina cercherà di organizzare una lega contro la Francia. Delusa dal risultato, vedrà nei “novatori” come si diceva allora, dei pericolosi collaboratori della Francia. La posizione assunta per molti è la conferma che la volontà riformistica dei reali sia stata una posizione di comodo. É una frattura senza ritorno. Legati all’Inghilterra, storica nemica della Francia, alla notizia dell’arrivo delle truppe francesi, i Reali salperanno verso la Sicilia, lasciando un vuoto che la Repubblica partenopea riempie. È la vittoria della classe colta, dei riformisti che vedono nella fuga un tradimento; ma il popolo non comprende. Il popolo blandito dai reali, ignorante, non sa nemmeno cosa vuol dire la parola libertà. Il “Monitore” creato da Eleonora pur breve come la Repubblica Partenopea, affiderà alla storia il respiro di quel tempo, l’humus da cui prenderanno forma circostanze susseguenti. Organizzato un esercito col nome accattivante, Santa Fede ( da cui sanfedisti), capeggiato dal cardinale Ruffo, i Reali rientrano in Napoli, in un tripudio di popolo ormai assuefatto al terribile giogo dell’asservimento.

Carolina sarà di una crudeltà inaudita. Eleonora già salita sulla nave col salvacondotto per l’esilio, verrà prelevata e incarcerata. Chiederà di essere ghigliottinata e il suo rango l’autorizza, ma non le viene concesso; d’indossare le calze per una dignità personale, ma ha un rifiuto, sarà l’ultima a essere impiccata dopo aver assistito alla sofferenza altrui. E il popolo deride, oltraggia. Ma il sacrificio di Eleonora non sarà inutile. La sua morte scuoterà molte coscienze. Un anno dopo sarà giustiziata Luisa Sanfelice una nobile sposata a un uomo di vita sregolata, al punto che lei e il marito verranno invitati a trasferirsi a Palermo, lontani dalla Corte. Luisa pur non occupandosi di politica è attratta dall’atmosfera di libertà che spira dalla repubblica partenopea e lo dice apertamente. Tanto basta perché Carolina la condanni a morte. Era lei a Corte a fare il bello e il cattivo tempo. La nuora dei reali, in quei giorni puerpera, come d’uso aveva diritto a chiedere tre grazie, ne chiese solo una, liberare Luisa. Ebbe un rifiuto. Ma anche questa morte non fu inutile. Fece crescere quello spirito di ribellione che esploderà 20 anni dopo con i moti carbonari, una vera rivoluzione, e porterà sempre più gente a lottare per l’emancipazione dall’autoritarismo, per l’indipendenza.

Gabriella Izzi Benedetti

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