martedì 4 maggio 2021

GIUSEPPE TIBERII FRA ARCADIA E ILLUMINISMO

Un personaggio significativo per la cultura vastese 

 di GABRIELLA IZZI BENEDETTI 

Fra meno di un anno ci troveremo a celebrare un’altra ricorrenza, anche se non è di quelle a cifra tonda come accade per un cinquantenario, un centenario e così via. Quasi tonda: 210 anni dalla scomparsa di Giuseppe Tiberii (1732-1812), un personaggio significativo per la cultura vastese del ‘700. 

La famiglia Tiberii da Casalbordino si era trasferita a Vasto verso la fine del 1600. Nel 1711 il sacerdote Nicolò Tiberii durante l’assedio di Ferrara aiutò le truppe pontificie. Per gratitudine il papa Clemente XI, oltre a un vitalizio, gli
conferì il titolo di Conte, da trasmettersi di primogenito in primogenito. Sicché Giuseppe aveva il titolo nobiliare, al fratello minore Niccolò, pittore e poeta, non spettava. Ma nell’immaginario cittadino tutta la famiglia aveva acquisito nobiltà. Una famiglia di notevole ricchezza.

Giuseppe condusse un primo ciclo di studi a Roma, in seguitosi laureò a Napoli in giurisprudenza e fu allievo del più grande illuminista napoletano, Antonio Genovesi con il quale intrattenne un rapporto di stima e amicizia. Un giovane vivace, Giuseppe Tiberii, pieno di interessi, ansioso di associarsi alla ventata innovativa in essere; ma costretto, dopo la laurea, a rientrare in famiglia dovendo occuparsi dei molti affari di essa. Visse quest’amara rinuncia, cercando con intelligenza e duttilità di renderla meno penosa attraverso tutti i contatti possibili con il mondo intellettuale, la comunicazione scritta, la partecipazione a riviste culturali, alle Accademie. 

Tra le sue cariche quella di Vice Ammiraglio del regno di Napoli, Membro Corrispondente della Real Società patriottica di Chieti. Esercitò l’avvocatura, fu “Cloneso Licio fra gli Arcadi, letterato, antiquario, filarmonico e metafisico”.[1] Fu anche corrispondente della Reale Accademiadi Storia e dell’Antichità. La passione per l’archeologia ( nel‘700e oltre il termine antiquario equivaleva a quello di archeologo) che sentì fortissima lo portava ad accorrere dovunque affiorassero ruderi e testimonianze dell’antichità, acquistando anche reperti come e quando poteva, sicché creò in casa un Museo ricchissimo, motivo di ammirazione da parte di chiunque lo visitasse.Così il Marchesani:“ Il cortile di casa sua adorno di antichi monumenti, tempestato d’iscrizioni lapidarie … già perveniva in favor di lui chi vi s’inoltrava: le stanze poi sorprendevano pe’ molti quadri anche di celebri pittori, per la egregia biblioteca, pe’ diversi strumenti musicali, e per gli oggetti da pittura ed incisione”.[2]


Ho maggiormente conosciuto e apprezzato la personalità del Tiberii attraverso il carteggio con il letterato Pelli Bencivenni, conservato nel fondo Pelli - Fabbroni presso l’Archivio di Stato di Firenze. Sono 53, all’interno di oltre 7000 lettere custodite dal patrizio fiorentino a testimonianza della sua ricchissima corrispondenza con intellettuali italiani e stranieri. 

Il Pelli Bencivenni, letterato e scrittore, segretario e consigliere del granduca Leopoldo, direttore dei Reali Uffizi, uomo di notevole pignoleria, ci ha lasciato ben 80 volumi del suo diario iniziato nel 1747, a diciotto anni e vergato ogni giorno fino alla sua morte nel 1808. 

Le Efemeridi. In esse il Tiberii è più volte nominato.Il carteggioTiberii – Pelli Bencivenni copre un periodo di 21 anni dal 1770 al ‘91, anche se l’ultima fase vede affievolirsi l’attività epistolare di entrambi, distratti dalle vicissitudini della vita e degli anni.Non lo si deduce dalle lettere del Pelli Bencivenni che dai discendenti del Tiberii sono state perse, ma da quelle del Tiberiiche sottolineano i periodi di silenzio. 

Sappiamo che il ‘700 portò al massimo grado il gusto del corrispondere. La formazione di una mentalità circolare con l’obiettivo di collegare il pensiero umano nelle sue varie espressioni, attraverso scambi di lettere, giornali letterari e scientifici, che presero a diffondersi rapidamente, pubblicazioni, circoli letterari, accademie, in altre parole quella Repubblica delle Lettere che fece del ‘700 un tempo di fioritura culturale irripetibile, e iniziò a includere fasce più ampie di popolazione, riuscì a trasmettere la pluralità dei concetti, a suscitare confronti, a incrementare lo sviluppo culturale, determinando lo sviluppo di un’ottica riformista che fu tra le caratteristiche settecentesche più interessanti e divenne la spina dorsale dell’illuminismo. 

L’ottica riformista non è tra le priorità del Tiberii che attraversa quel secolo innovativo, spinto dal desiderio di superarne schemi ai quali tuttavia rimane ancorato. La sua è una posizione intermedia, poiché troppo presto, prima di una formazione completa, ha dovuto abbandonare i luoghi depositari e stimolanti le nuove idee. Lui stesso se ne rendeva conto. Scriveva il 2 aprile 1771 al Pelli Bencivenni con il quale aveva iniziato la collaborazione alla rivista “Novelle letterarie” diretta dal letterato fiorentino: “Piacesse al cielo ch’io potessi contribuire alla gloria de’ vostri fogli colle mie produzioni ch’ella desidera. Siamo troppo lontani. Io manco da Roma da 21 anni e son 15 che manco da Napoli. In questo frattempo sono stato confinato in quest’angolo di Mondo mihi et Musis: la Compagnia de’ Libri e la conversazione de’ buoni, e dotti Amici per carteggio an fatta la mia più dolce società. Il gusto del secolo, che vorrebbe dell’esperienze e del circolo di compagni letterati, qui non può fomentarsi, perciò mi son trattenuto sulla metafisica ricerca del cuor dell’uomo, che dovrebbe essere il vero gusto”.[3]Una frase che dimostra la solitudine di un intellettuale che da una grande città rientra in provincia, anche se Vasto grazie soprattutto al marchese Cesare Michelangelo d’Avalos aveva fattoun salto di qualità. Cesare Michelangelo avendo affinato una particolare sensibilità per la cultura presso la corte austriaca si circondò di intellettuali, uno dei quali, il lucchese Pompeo Berti, suo bibliotecario a Vasto tra il 1720 e il ’32, e che fu corrispondente con Ludovico Antonio Muratori e Scipione Maffei intellettuali tra i più rappresentativi del settecento italiano. La corrispondenza fra il Tiberi e il Pelli Bencivenni ha inizio da quando un non precisato amico di entrambi, presumibilmente il duca di Belforte, intellettuale napoletano, li mette in contatto e inizia in tal modo la collaborazione alle Novelle letterarie (dove novelle sta per notizie) dirette dal Pelli Bencivenni e alla Toilette, (una rivista voluta dallo stesso come momento di svago ma anche istruttivo per le dame che passavano gran parte della mattina in una stanza, la toilette, per il lungo rituale dell’acconciatura e dell’abbigliamento). 

Attraverso questa collaborazione conosciamo un Tiberii che, specie come poeta, non si discosta dai canoni arcadici, con il suo disimpegno, ma cerca anche di offrire un messaggio didattico, morale. In questo senso Tiberii è in linea con lo spirito didascalico che animava gli Illuministi, e che si evidenzia in sue pubblicazioni poetiche come le Anacreontiche moralidi Cloneso Licio, che dimostrano un buon senso dell’umorismo, vivacità, dove domina il fine morale, anche se all’interno di uno stile di maniera. Quindi nella forma continua nel solco di quella cultura arcadica, legata all’artificio, ricca di riferimenti mitologici, nel contenuto spesso l’aspirazione alla saggezza e alla razionalità lo conduce verso la riflessione etica e propositi educativi. 

Anche l’Accademia Istoniense sorta ai primi dell’800 che dava spazio a cultori e autori di opere poetiche locali e si attestava quale prolungamento delle Accademie Arcadiche, non escluse un’evoluzione nel tempo, anzi pare che proprio nel periodo coordinato dai Tiberii la qualità dell’Accademia abbia eccelso. In Vasto inoltre aveva assorbito da Pompeo Berti e dal clima più evoluto caro a Cesare Michelangelo d’Avalos una maggiore permeabilità al problema culturale, favorendo un clima propizio. 

Sicuramente casa Tiberii fu salotto letterario; con molte competizioni poetiche. “Ne’ tempi andati” scrive il Marchesani “ la casa del conte Tiberii era stanza di Calliope e di molte altre Muse”[4], parlando di altre Muse si fa riferimento ad argomenti come il filosofico, l’archeologico, il letterario in forma più estesa, o di tipo giuridico e politico.La giurisprudenza era la sua materia, ma la versatilità del personaggio sconfinava in interessi per le scienze nel loro insieme, per la politica. La simpatia del Tiberii per la svolta politica francese, le speranze riposte con l’arrivo di Giuseppe Napoleone gli dettano riflessioni e composizioni poetiche. Sappiamo la sua contrarietà riguardo ai privilegi feudali e l’ entusiasmo per la soppressione di essi nel 1806, con le leggi eversive, da parte francese. Tra i suoi interessi, la formazione dei giovani. 

Essendo amante della musica e compositore volle divulgarne l’amore e la conoscenza, coinvolgendo i giovani vastesi, con l’istituzione di una filarmonica. Fece giungere da Venezia 12 violini per arricchirla. L’aprire alla gente, alla gioventù, soprattutto, la biblioteca, il museo, spingerla ad acculturarsi, fu una scelta non comune all’epoca.

Non secondario il suo interesse per il teatro; nel 1750 scrisse il dramma musicale Ester. Sul genere teatrale ci lascia riflessioni non banali in cui esorta “a saper Il dolce con l’utile mischiar, sempre allettando e ammonendo insieme il leggitore”. I suoi intenti sono di svecchiamento e alleggerimento delle vecchie formule. Il fratello in tutte le scelte di vita gli fu sempre a fianco. Si nota nel carteggio come l’amore di Giuseppe per Nicolò aveva qualcosa di paterno; del resto c’era non poca differenza di età fra loro, circa 16 anni.

Giuseppe Tiberii era un divoratore di libri. Si informava dagli amici corrispondenti delle novità, si rivolgeva ai distributori, come gli Allegrini di Firenze per averle, e le attese erano lunghe e snervanti. La posta faceva allora dei giri pazzeschi. Sicché disperato chiedeva agli amici di penna di occuparsi attivamente della questione. Avveniva con Pelli Bencivenni, congl’intellettuali veneti Padre Giacomo Penzo e Padre Appiano Bonafede, con lo storico Domenico Romanelli abruzzese dimorante a Napoli. Con essi e altri, ad esempio l’archeologo Michele VargasMacciucca, il giureconsulto Giacinto Dragonetti, lo storico Uomobono delle Bocache, l’economista letterato Melchiorre Delfico, con tutti loro e altri aveva scambi di vedute, ma anche scambi di libri, o di oggetti d’antichità. Era il suo modo di essere collegato con il mondo. 

Le loro riflessioni intersecavano vari campi del sapere,si addentravano nei fatti del tempo, nelle diatribe letterarie, nei ritrovamenti archeologici, nelle carenze, e anche nel desiderio di un’Italia unita. Ecco che il Tiberii va visto in un duplice aspetto, l’uomo dalle liriche leziose e d’occasione, l’arcade vecchia maniera, ma anche l’uomo immesso in una circolazione di pensiero in linea con i tempi. Scrive Anna Rita Savino “ la sua abitazione divenne il centro delle attività letterarie di una cittadina di provincia che, proprio in quell’ambiente, trovava gli stimoli necessari per poter partecipare al sodalizio d’intellettuali nel ‘700, creando degli scambi da e per la nazione”.[5] Leggendo il carteggio viene fuori una figura alla quale ci si avvicina con rispetto e simpatia. Il grande amore per la famiglia e la moglie Margherita Spataro da cui ebbe molti figli, ma solo tre gli sopravvissero. Le lettere sono una miniera di informazioni; hanno il fascino dell’immediatezza e ci coinvolgono per la schiettezza dei sentimenti: l’incubo di perdere l’amata moglie nel momento del parto, la dignità del dolore per la perdita dei figli, e la cristiana rassegnazione a riguardo. La felicità per il ritrovamento di una lapide, di un rudere, l’irritazione per l’esterofilia dominante in Italia ( già allora! Malattia endemica e cronica) e l’orgoglio di appartenenza a una terra che vorrebbe unita. La prudenza che consiglia anche all’amico Pelli, nel non esprimere troppo apertamente i propri pensieri in un tempo in cui le istituzioni laiche ed ecclesiastiche erano molto preoccupate per la libera circolazione del pensiero, e molto vendicative. Sicché tanta parte di pubblicazioni era anonima. Fu anonima ad esempio la prima edizione del Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria. E poi le nostalgie, le delusioni, il desiderio di mondi più vasti, l’equilibrio e la compostezza con cui affronta ogni esperienza. 

Tiberii è un personaggio di grande spessore, e noi vastesi dovremmo andarne orgogliosi. Ecco perché la Società Vastese di Storia Patria Luigi Marchesani ritiene importante onorarne la memoria.

Gabriella Izzi Benedetti



[1]L. Marchesani, Storia di Vasto, Vasto, Il Nuovo,  4°  ed., 2003, p.342

[2] L. Marchesani, Ivi

[3]Cfr. G. Izzi Benedetti  Aspetti letterari del settecento italiano, dal carteggio Giuseppe Tiberii – Giuseppe Pelli Bencivenni, Roma, Bulzoni, 2013, p. 21.

[4] L. Marchesani, Storia di Vasto, cit. p. 184.

[5]A.R. Savino, Opere teatrali nell’Archivio Tiberii di Vasto in Letteratura drammatica in Abruzzo dal Medioevo sacro all’eredità dannunziana. Atti del Convegno a cura di G. Oliva e V. , Roma, Bulzoni, 1995, pp.467- 77.

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