lunedì 8 febbraio 2021

Il soldato abruzzese che divenne santo: straordinaria parabola della vita di San Camillo de Lellis

Il soldato abruzzese che divenne santo: straordinaria parabola della vita di San Camillo de Lellis

di GABRIELLA IZZI BENEDETTI

Fra i tanti abruzzesi meritevoli, uno a mio avviso li supera tutti: San Camillo del Lellis, un personaggio fra i più generosi che la Chiesa vanti, proclamato per la carità verso sofferenti e moribondi “celeste patrono di tutti gli infermi e di tutti gli ospedali”, invocato nelle litanie degli agonizzanti. 40 anni di dedizione assoluta; fondatore dell’Ordine “Ministri degli infermi” (camillini) il cui distintivo è una Croce rossa. 

Chi lo immagina fra difficoltà, disagi, ostilità, vivere la vita di infermiere come missione e infondere agli altri una mentalità missionaria, servizievole, fino ad allora inusitata, fa fatica a collegare il buon samaritano con il soldataccio, l’avventuriero, il giocatore d’azzardo, il giovane superbo e sprezzante. 

Fu conversione improvvisa la sua? In parte sì, anche se l’insegnamento materno aveva lasciato il segno e non di rado crisi di pentimento, desideri ascetici affioravano in una natura ribelle e passionale, pronta a riprendere il sopravvento. 

Nato a Bucchianico in provincia di Chieti il 25 maggio 1550 dai nobili Giovanni e Camilla de Compellis, seguì, nemmeno diciottenne, il padre, capitano di Carlo V. Si arruolò sotto le bandiere di Venezia contro i Turchi. Orgoglioso e intollerante, si distinse in molti fatti d’arme e molti duelli; fu al seguito di Giovanni d’Austria, a Zara, a Corfù,sotto il comando del regno di Napoli e di quello di Spagna. In seguito, unitosi a una compagnia di ventura militò in Africa. Al tempo delle lotte contro i Turchi aveva riportata una ferita al piede, molto dolorosa, dalla quale non era mai guarito, e che l’aveva costretto a una lunga degenza presso l’Ospedale san Giacomo in Roma. Il primo slancio di volontariato nacque allora, ma molto contraddittorio: passava dalla dedizione all’insofferenza al litigio; si eclissava per lunghe partite a dadi o carte. Fu proprio la passione per il gioco a ridurlo in povertà. Come rifarsi delle perdite subìte? A quell’epoca un soldato si rifaceva col bottino di guerra, il saccheggio. Si litigava per cause anche pretestuose pur di acciuffare le ricchezze altrui crudeltà e violenze dilagavano. Era questo il mondo di Camillo. (…Ma è veramente cambiato qualcosa al giorno d’oggi?).

La vera crisi avvenne a Manfredonia, dopo aver ascoltato le parole di un religioso, sulla carità. Ecco, come Saul sulla via di Damasco, come Francesco pellegrino a Roma, come le personalità di livello superiore che riescono a convogliare nell’eroico le grandi doti disperse in mille rivoli di umana miseria, Camillo si riscatta dalla disperazione e dall’abbrutimento e chiede “Dimmi o Signore cosa vuoi da me”.

Il giovane bellissimo, alto e forte, il dissoluto, che a 25 anni si trova orfano e povero, supera orgoglio e vanità e raggiunge nell’annullarsi una grandezza che mai avrebbe conquistato con la più grande conquista terrena. Sarebbe stato molto più semplice cercare di nuovo ricchezza con i bottini, sfruttare la sua forza e la sua bellezza. Ma la sensibilità di Camillo si è affinata, la piaga maligna che gli dà il metro della sofferenza lo spinge ad affratellarsi con tutto l’umano soffrire. Dalla solitudine interiore arriva all’amore universale. Entra nell’ordine dei cappuccini ma l’asprezza dell’abito monacale rende insopportabile il dolore della ferita al piede. Nonostante, è deciso a lasciare il mondo; e il ritorno al san Giacomo a Roma per curare la ferita, sarà il ritorno decisivo alla vocazione per l’assistentato; con ben altro spirito. 

Si dedica ai malati senza soste. E’ nominato Maestro di casa, ruolo di molta responsabilità. Cosa fossero gli ospedali a quei tempi non è da noi immaginabile: a stento dietro lauti compensi qualcuno si assoggettava ad assistere i malati; spesso si era obbligati a costringere i detenuti a scontare la pena occupandosi dei poveri malati al posto dei lavori forzati. Spesso i malati erano lasciati senza cibo per giorni e morivano d’inedia; spesso persone in coma o deliquio erano prese per morte e sepolte vive. Rari erano i sacerdoti che si occupavano di confortare e assistere.

Camillo entrò nel vivo dell’opera di rinnovamento come un ciclone; con il suo carattere rigido e focoso. Regolò il servizio degli infermieri con assistenza continua e sicura; vigilava e spiava perché tutto fosse secondo regolamento; spesso si nascondeva sotto i letti per verificare il comportamento degli infermieri. Ingaggiò lotte indicibili perché i cibi fossero sani e ben cotti; si era reso conto che era facile gioco per gli approvvigionatori inviare cibo avariato, tanto nessuno controllava. Ma tutto questo, da solo, era troppo arduo. 

Ebbe una felice intuizione, costituire una Congregazione. E lottò per questo: diffidenza dei superiori, ostilità dei malevoli, pregiudizi dei cosiddetti benpensanti. Era un laico, dopotutto. E così questo laico, a 32 anni, coraggiosamente tornò a scuola, tra i ragazzi, intraprese studi di latino nel Collegio romano. Tra il 1582 e l’84 riuscì a essere ordinato sacerdote. Due anni dopo, 1586, Sisto V approvò la Congregazione e permise il distintivo sull’abito: una Croce rossa. Nel ’91 Gregorio XIV elevò la Congregazione a dignità di Ordine. I Ministri degli infermi emettono oltre ai tre voti comuni a tutti i religiosi, anche quello di assistenza a infermi di qualunque malattia, anche contagiosa.

Camillo, divenuto prefetto generale dell’ordine, a vita, fu modello di magnanimità e abnegazione. Rude, col suo passato di soldato, impose una forte disciplina. Aveva un concetto altissimo dell’Ospedale. Spesso era lui a chiedere perdono agli infermi e benedizione celeste. Furono 40 di fatiche eroiche, da far pensare a una fibra fortissima quale non era più, perché altri malanni, da lui chiamati “misericordie di Dio” si erano aggiunti.

Negli ultimi tempi non dormiva più di 2 -3 ore per notte; il resto era assistenza. E non operò solo in Roma, ma in moltissimi centri come Milano, Firenze, Napoli, Genova, Bologna per nominare i più popolosi. E ugualmente compassionevole era verso gli animali che medicava e sfamava.

La carità di Camillo andava oltre la sofferenza fisica; cercava di alleviare le sofferenze dell’anima. La sua fatica di “infermiere meraviglioso” trovava il compimento nella capacità di restituire dignità e benessere spirituale ai malati. I più grandi trionfi da lui ottenuti sono stati quelli della riabilitazione dell’individuo in seno alla società.

Tornato da Genova a Roma il 13 ottobre 1613, molto malato, sostenuto a braccia, andava a confortare i sofferenti. 

Morì il 14 luglio 1614, mentre una gran massa di poveri piangeva davanti alla casa religiosa dei Ministri degli Infermi e pregava per la guarigione dell’”Angelo di Roma”. Un angelo che viene dall’Abruzzo.

Gabriella Izzi Benedetti

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