E' stato presentato anche a Vasto "Trump e la rivoluzione americana. Da dove vengono dove ci portano" di Ottorino Cappelli (Editoriale Scientifica, 2026). L'interessante volume non è solo un libro su un presidente controverso. È un’indagine sul potere, sulla fragilità delle istituzioni liberali, sul futuro della democrazia nell’ondata autocratica globale. Un libro che invita a guardare oltre lo stereotipo dell’uomo politico caotico e imprevedibile, per cogliere la logica profonda di una rivoluzione che sta ridisegnando gli Stati Uniti e trova eco in molte parti del mondo, non ultima l’Europa.
Durante la presentazione a Vasto organizzata dalla Società Vastese di Storia Patria la presidente prof.ssa Gabriella Izzi Benedetti è intervenuta con una sua recensione. Eccola.
"Trump e la rivoluzione americana" è uno di quei libri che lasciano il segno
di GABRIELLA IZZI BENEDETTI
Il libro di Ottorino Cappelli docente di politica comparata presso l’università L’Orientale di Napoli è di quelli che lasciano il segno. Ottorino Cappelli ha maturato una lunga esperienza in qualità di docente e ricercatore presso le Università di Birmingham e Cambridge, a Mosca presso l’università di Lomonosov, adHarward e a New York. Insomma non si è fatto mancare niente. Inoltre è autore di saggi e librisulla politica russa e americana, e da sempre ha portato avanti idee pacifiste fondando la rivista Antìmaka, contro le logiche della guerra.
Il suo ultimo libro ci consegna un’analisi della presidenza trumpiana, che parte da lontano e dimostra attraverso documentazioni capillari e raffronti storici, come ciò che sembra opera di un uomo balzano, imprevedibile, nasca in realtà da una programmazione accuratamente tessuta, una rete di connessioni che configurano un progetto di svuotamento delle regole della costituzione, dell’ordine democratico, per approdare alla Capocrazia, in apparente e ambiguo accordo con la democrazia, smantellando uno alla volta, miratamente, tutte le conquiste sociali, di tolleranza, di dialogo, tutta l’evoluzione culturale che molto deve all’Europa, non a caso da lui detestata, la sensibilità ambientale, creando paletti, prepotenze e villanie nel rapporto con altri stati, in nome di una presunta età dell’oro che solo il capo, il presidente, l’uomo forte può offrire ai suoi. E la parte dell’America profonda, in specie, quella che spesso vive in base a situazioni contingenti, egoistiche, quella a cui l’idea distorta di religione patria e famiglia non provoca nessuna valutazione etica, masolo di convenienza, accetta con entusiasmo.
Niente è nuovo sotto il sole; Esaù vende la primogenitura che a quel tempo significava potere illimitato, per un piatto di lenticchie. L’essere umano continua a progettare torri di Babele, con un linguaggio unico, un pensiero unico, sottomesso a quello dei vertici che vogliono raggiungere l’onnipotenza, e tuttoin nome di un benessere e un poteredel quale alla fine, qualora mai il progetto dovesse realizzarsi, beneficerebbe chi è al vertice. Molto indicativo, riferito a questi concetti, è il brano di Alexis de Tocqueville posta dall’autore quale incipit dell’introduzione, nel quale l’intellettuale francese nel testo, L’antico regime e la rivoluzione, spiega perché la rivoluzione, cito “uscisse quasi spontaneamente dalla società che avrebbe distrutto, e come tutti i francesi abbiano potuto cadere di colpo, senza vederla, in una rivoluzione così terribile, e come quegli stessi francesi siano giunti ad abbandonare i loro primi scopi e, dimenticando la libertà, abbiano voluto divenire tutti servi del padrone del mondo; e come un governo più forte e assoluto di quello rovesciato dalla rivoluzione abbia accentrato in sé tutti i poteri, soppresso tutte le libertà, sostituendole con vaghe immagini”. La spiegazione che fornisce de Tocqueville è che la forza della Rivoluzione francese non fu tanto nel fare nuove tutte le cose, quanto realizzare il compimento in forma violenta di un’opera che parte dall’Ancien Régime con lo smantellamento dei poteri feudali e l’accentramento del potere statale. Cambia il linguaggio non la sostanza. É un’evoluzione simile che il Cappelli notifica in questa drammatica rivoluzione americana.
Quante volte abbiamo usato il termine utopia, il non luogo felice, irraggiungibile, e quanto poco il termine distopia il luogo tragico, terribile, di solitudine e di odio. Ecco, da un po’ di tempo questo termine ricorre. Nei film come nelle intenzioni di personaggi come Trump, Musk e il gruppo che ne fa parte. Se nel non luogo felice non riusciremo mai ad accedere, al luogo distopico ci stiamo paurosamente avvicinando, se non arriva un cambio di tendenza. Se cioè la gente non esce da quella minorità che, per dirla con Kant, non è mancanza di intelligenza, ma di conoscenza; in sostanza priva di quella capacità critica che rende capaci di distinguere, confrontare e confrontarsi, ritrovando lo spirito comunitario, il senso dell’amicizia, della pacificazione, dell’etica, il gusto della cultura, rendendosi conto di alcune realtà e dei pericoli che si celano dietro il canto delle sirene.
Gabriella Izzi Benedetti

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